La storia di Pasqualino

LA STORIA DI PASQUALINO EMIGRANTE

UDITE UDITE- Questa è la storia di uno di noi chiamato PASQUALINO.

Nel mio paese del sud, circolava una storiella vera accaduta in periodo di emigrazioni di massa.

Pasqualino, era uno dei tanti contadini di mezza età piegati dal destino e dalla ignoranza, dal viso a cartapesta le mani scarne e dure con le sembianze dei nodi dell’albero dell’ulivo; camminava piegato guardando a terra poco più in là della distanza misurata dal manico della zappa, il suo strumento di fortuna e di sventura, qualche volta di difesa.  Le sue speranze erano tutte lì, in quel fazzoletto di terra a cui era legato nel quotidiano e nel destino della famiglia. Anche se a volte alzava lo sguardo per guardare più in là non vedeva esempi migliori. La nostra era la  classica terra della cafonia e della rassegnazione alla fatica dura come unica alternativa al null’altro. Pasqualino aveva un figlio che meditava sull’ipotesi di emigrare.

Al pensiero della sua terra promessa si sentiva motivato e felice pensando di trovare la terra dove soddisfare le proprie aspettative per sè e per la sua futura famiglia.

  Allora come ora nel sud non si è liberi di farsi un vita e alla maggiore età e ben oltre si resta a carico dei genitori che sostengono il figlio anche nel volo liberatorio. Il figlio osservava il padre e lo vedeva già come il passato e si immaginava con il mondo in tasca oltre il confine. A scuola gli era stato detto, o così aveva capito, il confine era una linea che delimitava la sua patria. Non aveva il senso di patria, non gli veniva spontaneo, soprattutto quando pensava alla sua condizione e al suo avvenire; provava più che il sentimento di patria, un senso di rispetto per quel pezzo di terra dura che a mala pena lo sfamava con la sua famiglia a costo di tanti sacrifici. Per lui la patria era quella avara terra. Un bel giorno, con l’aiuto del padre che si indebitò per lui, spiccò il volo che lo portò via, oltre il confine di cui prese coscienza quando vide quella nuova gente che mangiava pane bianco, non gli sembrava vero questo nuovo mondo. Dopo le prime difficoltà il novello giovanotto si inserì nella trovata società civile di cui dopo tempo capì perché venisse chiamata civile. Non vedeva l’ora di soddisfare i suoi bisogni e desideri per cui i debiti lasciati al padre poco o nulla gli restava nella mente. Il padre di tanto in tanto gli inviava una lettera in cui non manca di chiedere come se la passasse. La risposta non era consolante, almeno in quel periodo di adattamento. Dopo qualche tempo la risposta cominciò a cambiare senso e faceva pensare al meglio. Un giorno cominciò a rispondere così: Papà non ti preoccupare, qui va bene, pensa per te e gli altri. Il padre replicava: ma che fai. ?. la risposta fu questa: Qui femme e sciampagne. Al padre questa frase straniera creava dubbi e si asteneva dal chiedere al figlio il meritato aiuto per pagare i debiti, fatti per lui. Però un giorno volle liberarsi dal dubbio e si recò dall’letterato del paese per togliersi il dubbio nato da quella frase. L’interrogato, alla prima lettura di quelle lettere, esclamò : di che ti preoccupi ! tutto bene!

Ma il cafone insistette per conoscere il significato diretto e concreto di quella frase, al che l’istruito del paese fu esplicito dicendo: Si, Si , lavora e se la spassa con belle donne e il migliore dei vini francesi.

Il cafone turbato dalla sopraggiunta maggior certezza che quei debiti restassero per lungo tempo a suo esclusivo carico salutò e andò via.

Il tempo trascorreva e tra un lettera e l’altra il cafone trovò il tempo di meditare. I suoi pensieri oscillavano tra l’anti-rivieni di condanne e perdoni. Un dì prese una decisione. Alla successiva lettera che rassicurava il padre della sua qualità della vita, così rispose al figlio: Anche qui tutto bene ma non cambia nulla a stenti quella fessa stanca di tua madre e un sudato bicchiere di vino sangiovese neanche sufficiente ad asciugare il sudore buttato per la vendemmia.

Con il tempo andava sempre più convincendosi che il figlio era emigrato nella speranza di cambiare vita. Una vita migliore; una speranza a cui il padre aveva dato sostegno anche indebitandosi.

Poi in un giorno non molto lontano il cafone, liberato dai debiti e custode di saggezza ripose nella valigia di cartone poche scorte di fagioli e ceci, salì sul treno e filò diritto in avanti pensando “comunque vada non potrà andare peggio di così”. Aveva previsto bene, vero è che dei tremilacinquecento abitanti nel mio paese ne sono restati circa ottocento di cui i due terzi pendolari. Quello che resta è costituito di anziani, d’argento che non si aspettano niente e pochi giovani che sembrano pascolare in  piazza tristi e depressi ma la realtà è diversa, stanno riflettendo sul tradimendo subito. Il Molise che và viene tirato avanti, per la gran parte, con enormi sforzi e privazioni da riciclati già prima disoccupati abituati al sacrificio perchè altro non avrebbero potuto fare mentre le antiche botteghe sono scomparse e di cui i giovani non ne hanno memoria.

Il mio è un paese rifatto, come tanti altri, con i soldi delle rimesse degli immigrati alle famiglie e alla Cassa Depositi e Prestiti. Soldi in seguito svalutati. Furono proprio i soldi di quelle rimesse che nutrirono il nascente bum economico.

L’Italia fisica è stata segnata sulla carta ma l’italianità non è  cresciuta nel cuore dei mancati italiani che sono la maggioranza. Ogni piantina cresce rigogliosa se annaffiata e coltivata. A questi cafoni e altri emigrati è stato negato il diritto di cittadinanza, mai potrebbero sentirsi stretti con noi altri nel sentimento di italianità. Questi italiani nativi furono cacciati dalla loro naturale terra di origine e successivamente burlati dalla svalutazione delle loro rimesse. Quanto accaduto resta un cattivo esempio.

Di storie come questa di Pasqualino ne sono accadute tante. Ora, nella cruenza dell’arrembaggio su quel poco che resta sferrato dai soliti noti, tocca ai dottori fare le valige ma non sanno dove andare scendendo dai tetti teatro delle loro proteste.

.  Ora se ne vanno i figli più ricchi di sapere, per essi, il futuro possibile è emigrare. Quale sarà il futuro di un popolo senza figli ?  

Non vi è genitore al mondo che non abbia a cuore il bene dei propri figli.

 

  firmato DAVIDE

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