Amare le catene

 

L’argomento di oggi
AMARE LE CATENE
Tutto il mondo aspira alla libertà, e tuttavia ciascuna creatura è innamorata delle proprie catene. Tale è il primo paradosso e il velo inestricabile della nostra natura.

Sri Aurobindo
La riflessione
«Tu chiamavi libertà questo potere che hai di demolire il tuo tempio, di scompigliare le parole del poema della vita. Libertà di fare il deserto. E ora dove ti trovi? Chiami libertà il diritto di vagare nel vuoto?» Sono, queste, domande simili a un pugno nello stomaco che Antoine de Saint-Exupéry lascia irrompere nella sua opera postuma Cittadella, apparsa nel 1948, quattro anni dopo la morte in volo dell’autore del celebre Piccolo principe. Attorno alla parola «libertà», che è sulle labbra di tutti, in particolare di quelli che cercano di ferirla e piegarla, si consumano molti equivoci e contraddizioni. Ce lo ricorda anche una delle Considerazioni e pensieri del filosofo mistico indiano Sri Aurobindo (1872-1950), che abbiamo voluto proporre oggi. Egli comparava Dio a «un fanciullo eterno che gioca a un gioco eterno in un giardino eterno».

La creatività libera del gioco è un simbolo per indicare un agire senza calcoli di interesse, ma col trionfo solo del gratuito, cioè dell’amore. Eppure, la libertà autentica è anche impegnativa perché è sinonimo di rigore, di carità, di creazione. L’uomo preferisce seguire l’onda, non trovarsi solo con se stesso e con le scelte da compiere, desidera essere quietamente condotto per mano dal suo istinto o dalla guida di un altro così da accomodarsi senza pensieri e domande. È questo «il velo inestricabile della nostra natura» nel quale ci avvolgiamo e ci sentiamo protetti dal rischio che la libertà comporta. «Vincere l’intima servitù è più importante che vincere il mondo intero» si diceva nel Medioevo.
(Testo tratto da: G. Ravasi, Le parole del mattino, Mondadori)

 

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